Il Coronavirus ha infettato il Problem Solving?

Il dibattito su come reagire all’emergenza Covid-19 sta imperversato da settimane, monopolizzando la nostra attenzione e le nostre conversazioni quotidiane.

Il Coronavirus ha infettato il Problem Solving?

Negli ultimi due mesi, i nostri paesi hanno dovuto prendere decisioni senza precedenti e adottare misure che, fino a poche settimane fa, sarebbero state considerate impensabili. Comprensibilmente, il dibattito su come reagire all’emergenza Covid-19 sta imperversando da settimane, monopolizzando la nostra attenzione e le nostre conversazioni quotidiane.


Autore: Matteo Consagra, Lean Coach, Istituto Lean Management.


 

In italia siamo prossimi ad un altro momento decisionale nel fronteggiare il COVID-19 e ho quindi deciso di dare forma a una serie di riflessioni, idee, considerazioni che mi frullano in testa dal momento in cui, a febbraio, anche in Italia ci siamo resi conto che la pandemia, che ancora non era definita tale, ci avrebbe colpito in pieno. Ho seguito con attenzione fin da subito quanto stesse succedendo in Cina, Corea e paesi limitrofi e cosa stessero facendo per cercare di arginare l’esondazione di contagi e contagiati: davvero un grande problema.

Dopo ormai parecchi anni di attività come consulente e formatore in ambito lean thinking, che in fondo non è che problem solving strutturato col fine della sempre crescente soddisfazione del cliente, mi è venuto naturale reinquadrare e incasellare quanto sta succedendo, che sebbene avvenga su scala planetaria rimane comunque identificabile come gap tra quanto sta accadendo e un target/aspettativa utilizzando il PDCA (Plan-Do-Check-Act), approccio che cerco di trasmettere a tutte le organizzazioni con cui collaboro.

Il PDCA passa attraverso gli 8 passi della figura sotto e ingloba il metodo scientifico. Quindi dati a supporto e l’individuazione e comprensione del processo da cui provengono gli stessi per poter afferrare veramente il problema e controllarlo.

In questo caso particolare in cui il cliente del processo è la popolazione mondiale e la sua salute ritengo ancora più importante affrontare il problema in una forma strutturata.


La situazione corrente

Ogni volta che leggo qualcosa a riguardo di quanto si stia mettendo in atto a livello mondiale, per combattere il COVID-19 il percorso mentale mi si inceppa praticamente subito nella definizione della situazione corrente, mentre gli articoli di giornale, gli esperti, i rappresentanti delle diverse parti politiche, economiche e sociali discutono di contromisure, siano esse azioni di contenimento o azioni correttive (per evitare qualsiasi fraintendimento, l’unica azione correttiva reale sarà possibile quando un vaccino sarà reso disponibile alla popolazione mondiale; il resto serve solo a prendere tempo per non far esplodere i servizi sanitari nazionali).

Sono disponibili, praticamente ovunque, dati, o meglio numeri, in ogni forma e maniera. Ma ancora, nonostante ogni giorno si aggiunga qualche informazione, la situazione corrente nella mia testa non è completa.

Quindi mi chiedo: cosa non so? Questi sono i dati giusti per affrontare il problema? Andando più nel dettaglio, quello che si evidenzia sono o dati lagging (e quindi a posteriori) tipo il numero di persone in terapia intensiva o, purtroppo, i deceduti, oppure dati parziali basati su un campione estremamente limitato (numero di nuovi infetti) e quindi non rappresentativo della realtà (se lo fosse significherebbe ad esempio un tasso di mortalità in Italia rispetto agli infetti del 18%: assolutamente fuori scala; di conseguenza anche l’indice di trasmissione è solo stimato). Quindi, pochissimi dati leading (ad esempio la carica virale rispetto alla distanza dalla fonte del contagio, che ha portato alla distanziamento sociale) che, invece, potrebbero efficacemente guidare nella scelta della “cosa giusta da fare”.


Dov’ è il coordinamento globale di cui abbiamo bisogno?

Discutendo con amici, parenti, colleghi durante questo isolamento in cui siamo costretti tutti, il tema principale è facile intuirlo essere il coronavirus e di conseguenza quando e come potremmo tornare a una parvenza di normalità. I punti di vista prendono spunto da:

  • considerazioni economiche : l’effetto sull’economia del blocco del sistema produttivo nei paesi che non si fermano rispetto ai paesi in lockdown, in uno scenario globale;
  • considerazioni politiche: decisioni prese solo in funzione della possibile perdita di immagine e di voti, per i quali cito solo gli esempi di Donald Trump contro il Dr Fauci e gli scontri tra governo centrale e regionale italiani, o accentramenti di potere contrari alle disposizioni della comunità europee, riferendomi al caso ungherese di Orban;
  • considerazioni sociali: dall’agghiacciante immunità di gregge ipotizzata da Boris Johnson e in qualche modo portata avanti dalla Svezia, a quella che ho sentito definire come politica gerontocratica, modello Italia.

E’ evidente in questo senso anche una mancanza di coordinamento globale: non dovrebbe essere l’OMS in situazioni come queste a dettare le linee guida? Attualmente l’iniziativa è esclusivamente locale, fino al dettaglio del singolo comune. In queste discussioni ognuno protende verso uno di questi aspetti in modo marcato, in qualche modo sacrificando gli altri due, adducendo delle motivazioni apparentemente legittime, basandosi su quanto attualmente sappiamo.

Ancora una volta, la domanda che mi pongo è se quanto sappiamo sia sufficiente per decidere in modo scientifico cosa fare per ottimizzare la scelta delle contromisure. E la risposta che tuttora mi do è No. Non ci sono abbastanza informazioni e in particolare ritengo che finché non verrà fatta una completa mappatura delle persone infettate, sia sintomatici sia asintomatici, qualsiasi scelta non sarà più che una scommessa, con in palio vite umane da una parte ed economia da ricostruire nel breve-medio periodo dall’altra.

Quando discuto del numero così basso di tamponi e test sierologici in Italia rispetto a quanto necessario, dell’intenzione di testare solo determinate categorie di persone e della mancanza di evidenti iniziative pubbliche e/o private per aumentare il numero di test, se non in alcune regioni o aree (ad esempio a Vò Euganeo sono stati testati tutti i 3000 abitanti, portando alla luce la percentuale di asintomatici che fino ad allora non era nemmeno considerata nelle statistiche), mi si ribatte che le modalità e la capacità operativa delle strutture che possono erogare i test sono già al limite strutturale.

E ancora una volta mi viene in mente quando durante i coaching sul Problem Solving mi vengono descritte contromisure su quello che si PUO’ fare in quel momento e non su quello che si DEVE fare, a costo di cambiare qualcosa nei processi, nell’organizzazione e nella struttura.

Chiunque abbia una impostazione da Problem Solver non può accettare che dopo più di tre mesi con le risorse di una nazione ancora non ci sia la capacità di fare tamponi a tappeto su tutta la popolazione italiana (modello Corea del Sud o Singapore). Non può accettare che l’approccio di chi coordina non sia scientifico e basato su un problem solving strutturato.

Non può altresì accettare che lo stesso approccio destrutturato, nel migliore dei casi, sia utilizzato anche per tutte le altre decisioni che vengono prese. In Lombardia da qualche giorno l’applicazione della protezione civile “allertaLOM”, permette di inserire in forma anonima i dati relativi al proprio stato di salute: utile a fine statistici o di visione generale ma non sufficiente a livello operativo per ripartire.

Organizzazioni private hanno già dimostrato la disponibilità a riconvertire le proprie attività per sostenere lo sforzo complessivo. Almeno due organizzazioni con cui collaboro direttamente lo stanno facendo. FPZ spa sta stampando in 3D dei raccordi per le maschere da sub riconvertite a supporti per i respiratori e IGB srl è in attesa da troppi giorni delle autorizzazioni per produrre mascherine da campo con una capacità dal primo momento di 50.000 pz/h.

Sono certo che allo stesso modo la disponibilità di tamponi potrebbe crescere esponenzialmente attraverso lo stesso meccanismo: un esempio proprio di questi giorni sono i laboratori Abbott che hanno sviluppato un tester da tavolo che da un responso in 5 minuti e può essere usato da qualunque dottore www.abbott.com. Tutto parte però dalla volontà di chi coordina le attività, siano essi governo regionale o nazionale, nel ritenere che sia la “cosa giusta da fare”.


Quale la cosa giusta da fare?

Da parte mia, sono assolutamente convinto che solo con una mappatura completa (che comunque non sarà precisa al 100%, anche solo per il tempo che ci vuole a estenderla all’intera popolazione), parallelamente all’isolamento che stiamo già vivendo, permetterà di prendere decisioni puntuali, corrette e che salvaguardino gli aspetti sociali in primis, economici poi e infine politici nel più breve tempo possibile.

Potendo suddividere la popolazione in famiglie per esito dei test, età, stato di salute pregresso, area geografica e settore professionale si potranno definire protocolli specifici che minimizzino i rischi, gestendo eventualmente solo le eccezioni. Si eviteranno speculazioni sui medicinali, sugli strumenti di protezione individuale e sui liquidi detergenti. Si potrà far ripartire l’industria e il commercio in tempi più brevi minimizzando il rischio di un’ondata di ritorno.

Il movimento di persone e merci, a livello nazionale e internazionale, potrà ripartire più velocemente perché è stata certificata l’assenza di virus. Si potrà intervenire in modo chirurgico per isolare solo chi deve essere isolato, evitando situazioni in cui si guarda con sospetto il proprio vicino di casa, nonostante sia anche lui in isolamento da diverse settimane, o ancora peggio lo sconosciuto incrociato al supermercato: il dubbio, l’incertezza sarà uno degli aspetti di cui tenere conto nella ripresa delle attività. Cambieranno sicuramente le relazioni sociali, sia verso i concittadini sia verso gli stranieri in mancanza di informazioni puntuali.

Quanto scritto non ha pretesa di essere la soluzione a tutto e sicuramente è solo una delle cose che mancano per definire la situazione corrente ma avendo queste informazioni sarebbe molto più chiara.
Volenti o nolenti, tutto è PDCA, quindi spero che questo messaggio possa arrivare velocemente all’attenzione dei decisori o dei loro consulenti per prendere una strada razionale basata su fatti e dati comprovati e non solo stimati o ipotizzati.



 

L’AUTORE

Matteo Consagra, Lean Coach, Istituto Lean Management.

I nostri articoli mirano a contribuire alla diffusione dei concetti Lean. Crediamo che il pensiero snello e la pratica possano aiutare a “fare sempre meglio”.

 

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